Sabato, Giugno 11, 2011

Tre mesi fa

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photo by Patrick de Volpi

Sono passati tre mesi dal grande Jishin e dal gigantesco Tsunami che ha colpito la regione del Tohoku, nel nord-est del Giappone.
La centrale Daiichi di Fukushima continua a rilasciare sostanze radioattive per nulla rassicuranti e la devastazione è una realtà innegabile.
L’Agenzia di Polizia Nazionale nipponica ha confermato un totale di18.000 morti, 5.363 feriti e 8.206 persone ancora ostinatamente disperse e 130.000 superstiti che vivono nei centri di accoglienza, nelle 18 prefetture colpite.
Tantissime persone coinvolte e troppe cittadine spazzate via lungo la costa che si affaccia sul Pacifico.
Mente altrettanti sono i luoghi all’interno della regione, dove è decisamente meglio non abitare più.
Un paesaggio addormentato, seppure poco tempo fa idilliaco, che è pericolosamente radioattivo .

Tutto questo disastro calato sul Giappone ha reso tuttavia possibile quello che non era mai successo prima e di cui non si parla: la condivisione fra la gente.
Per la prima volta giapponesi e stranieri si sono trovati ad affrontare insieme l’emergenza, la quotidianità e finalmente si stanno aiutando e capendo alla perfezione.
Da quando il primo straniero approdò nel Paese dei Kami (Dei, ce ne sono più di 8.000 nella tradizione religiosa shinto, originaria del Giappone) venne coniata una parola apposita per definire gli sconosciuti arrivati dal mare e con il termine Gaijin si sono fino ad oggi indicati tutti quelli che giapponesi non sono e non saranno mai, anche se vivessero per generazioni nel Paese. L’essere Lost in Translation era una condizione sine qua non per chi da straniero vive in Giappone e perfino avere degli amici nel luogo non aiuta un granché, visto che uno dei primi complimenti con cui ti apostrofano, quando capiscono che li capisci è
- henna gaijin desu ne - che suona come- Sei proprio uno straniero diverso!-
Un divario mai colmato insomma, una netta dicotomia fra loro e noi che ha finora funzionato nella convivenza fra locali e resto del mondo.

Ma il movimento della Terra, quel terremoto di 9 gradi della scala Richter e quell’onda spaventosa, alta come mai si era previsto, hanno sconvolto gli equilibri ed ora gli stranieri del Sol Levante sono diventati una nuova categoria.
Dalle 14, 30 di quell’undici marzo tutti i Gaijin del Giappone appartengono ad una popolazione allargata che sente le stesse emozioni e condivide insieme la medesima realtà.
Tranne i pochi che sono scappati in fretta e furia, giustamente spaventati dalle continue scosse o per mettere in salvo bambini ed anziani, tutti gli italiani, europei, nord e sud americani, asiatici e africani, sono rientrati o rimasti qui e, fatto ancor più sorprendente, non se ne vogliono andare.

Perché?
-E’ stato naturale per me ed alcuni amici salire in macchina e avvicinarci ai luoghi colpiti- racconta Elio Orsara.
Lui è un italiano diventato un punto di riferimento per i connazionali di Tokyo e per la comunità internazionale visto che nella sua Locanda si mangia come e perfino meglio che in Italia.
- Eravamo scioccati dopo la grande scossa anche perché continuavamo ad avvertire forti tremori, ma c’era gente che stava molto peggio di noi e i soccorsi faticavano a raggiungerli, quindi ci siamo mossi e abbiamo iniziato il gruppo Italiani per il Tohoku. Insieme all’Ambasciata italiana e con il forte sostegno dell’ambasciatore Vincenzo Petrone abbiamo adottato un paese ormai distrutto per non disperdere gli aiuti.
Ci siamo diretti a Rikuzentakata , nella prefettura di Iwate e ci siamo stati per settimane-.
E adesso?
- Da maggio, una domenica al mese siamo lì a cucinare per tutti. I giapponesi se lo meritano, ci hanno accolto con grande cortesia in tutti questi anni ed è il minimo che possiamo fare per contraccambiare-.
I venticinque volontari italiani, fra cui Marco Staccioli , membro della Camera di Commercio Italiana in Giappone e Cristina Morini dell’Associazione delle Donne Italiane a Tokyo, preparano e condividono il pranzo domenicale con i sopravvissuti della cittadina e stanno anche raccogliendo fondi per ricostruire Rikuzentakata, ben coscienti che ci vorranno almeno dieci anni.
Prima del disastro qui abitavano 24.246 persone ma ora ne sono morte 930 e 805 sarebbero ancora disperse, mentre le case distrutte sono circa 3.400. Paura della radioattività? Voglia di tornare in Italia?
-No, rispondono gli Italians for Tohoku, perché - Questa è casa nostra e per ora stiamo qui-.

Quelle difficoltà di comprensione dettate dai comportamenti dei giapponesi così diversi dai nostri, quei modi di reagire incomprensibili per noi stranieri, sembrano quindi essere spariti insieme a quello che il terremoto ha portato via.
Perché dopo l’11 di marzo effettivamente tutti nel mondo hanno compreso meglio che un popolo non è uguale a chi lo governa o alla sua economia.
I nipponici hanno stupito il mondo per come stanno reagendo alla terrificante realtà delle morti, delle radiazioni nucleari, della minaccia al futuro: dopo lo sbigottimento e la crollata fiducia nelle loro istituzioni hanno capito che con le proprie forze e con quelle degli amici gaijin, riusciranno andare avanti, a reinventarsi.
La gente del Giappone ha una capacità collettiva di fare che contagia tutti quelli che lì abitano e che anche quando torneranno da dove sono venuti, non li lascerà più.
Un’altro fatto per molti sorprendente è stato rendersi conto che gli imperscrutabili giapponesi e stranieri del Giappone hanno un gran cuore oltre ad una profonda dignità.

Afshin Valinejad ad esempio è un giornalista di Tehran che vive a Tokyo da qualche anno e non ha esitato ad affittare un van a proprie spese, si è dato da fare per raccogliere vestiti nuovi, buon vino, cibo impacchettato e dei magnifici tappeti persiani ( dono di un amico iraniano, importatore di tappeti in Giappone) ed è partito per il Nord devastato.
-Abbiamo incontrato sorrisi, promesse, speranze e tanta bella umanità- racconta ed anche che - Alle radiazioni non si pensa, ora bisogna pulire tutto e guardare avanti-.
C’è tantissimo da fare e un tappeto porta calore e magia, come nelle fiabe dell’antica Persia-.
Insieme a canadesi, inglesi e americani è tornato più volte dai nuovi amici di Iwate, Miyako, Ofunato , gente semplice ed ora triste ma estremamente riconoscente.

Il fattore umano ha inondato di positività quello che la natura ha portato via.
Di fronte alla calamità è la gente comune del Giappone che si è stretta compatta per capire e risolvere dicendo chiaro e forte ai governanti e al mondo che un nucleare amico, non esiste .

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