Venerdì, Marzo 25, 2011

Intervista a Shinichiro Takagi

pubblicato sulla rivista Slow Food, n.49
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Fra Kanazawa e Torino ci sono parecchie differenze.
La prima si trova sul Mar del Giappone lungo la costa occidentale dell’isola di Honshu e dalla parte opposta di Tokyo.
Conserva ancora il fascino del Giappone feudale e ha uno dei giardini più belli del mondo, che si chiama Kenrokuen nonché un vecchio e suggestivo quartiere fatto di vicoli e basse case di legno, dove ti aspetti di veder camminare solo samurai e giovani geishe sui loro げた geta (infradito di legno laccato) alti almeno 10 centimetri da terra.
La seconda sappiamo bene che il mare non ce l’ha, ma è circondata dalle montagne, conserva tanti antichi e famosi castelli, e nei vecchi vicoli del suo quadrilatero romano ha reinventato locali molto frequentati.
Entrambe le città hanno però in comune una tradizione culinaria unica, fatta di ottima qualità, un’enorme varietà di prodotti, gusto sopraffino, cura e indiscussa bontà.

Ed ecco che uno chef di Kanazawa a Torino, seppure come un pesce fuor d’acqua, riesce a ritrovarsi a fare la spesa e a divertirsi un mondo.
Shinichiro Takagi contraddice tutti gli stereotipi nostrani sul giapponese medio: è alto come un giocatore di volley e con un fisico altrettanto robusto, ha pochissimi capelli, ti stringe forte la mano per salutarti e parla molto bene inglese.
Ha un bel volto ampio e se non avessi fatto lo chef racconta divertito avrei voluto diventare una rock star come i Beatles . Per nulla modesto, Shin come lo chiamano affettuosamente i fan, un po’ rock star lo è per davvero.
Ha solo trent’anni ma è uno chef di grande successo in Giappone e all’estero.

Così come i Fab4 andavano in giro per il mondo con i loro strumenti attirando folle infinite, Shinichiro viaggia con i suoi coltelli, lo しょうゆ shoyu (salsa di soya) home made e le sue ricette preferite, deliziando i palati del globo.
Lo chef di Kanazawa era già stato in Italia e ben tre volte a Torino, ma si guarda intorno con grande interesse.
Questa mattina si va in giro per mercati con la scopo principale di scegliere il banco migliore dove comprare del buon pesce e poi carne, verdura e funghi.
Dopo avere visto almeno tre dei più frequentati mercati della città, decide finalmente che il più soddisfacente è quello di corso Palestro, dove c’è il banco di Marco Maiorana .
Un giapponese in giro per mercati a Torino è ancora una rarità, quando poi un siciliano come il pescivendolo Maiorana e lo chef Takagi si incontrano, discutendo uno in dialetto della Sicilia occidentale, l’altro in giapponese con qualche intermezzo d’inglese, la scena è davvero più che originale.
Da noi il dentice è più piccolo di questo enorme pesce rosa argento dice Shin, mentre Maiorana, orgoglioso, vanta le dimensioni del dentice più grande della giornata.

Poi Shin sceglie dei promettenti gamberi reali e del merluzzo.
Nel frattempo la felicità di Marco, conosciuto come l’uomo dei migliori prodotti del mare a Torino, non conosce sosta e un suo collaboratore scatta molte fotografie dei due, uno accanto all’altro, entrambi sorridenti e uniti dalla passione per la buona tavola, il cui inizio sta proprio nella qualità e freschezza degli alimenti che si vogliono cucinare.
Bisogna proseguire adesso, perché la spesa è ancora lunga.

Il dettaglio è tutto
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Per la cena che dovrà preparare, Shin cerca dei funghi che trova ben esposti in piccoli cestini, in un banco di contadini del mercato.
Non li conosce perché sono diversi dalle qualità giapponesi, ma ne è attratto.
Ne annusa alcuni, li guarda, ne parla con l’interprete (la signora Sakaya) che gli spiega le caratteristiche dei fumaioli e dei porcini nostrani.
In pochi minuti la fragranza dei porcini lo conquista e ne compra ben un chilo e 600 grammi: un bel cestino colmo di sapore.
Qui a Torino la cucina giapponese è diventata piuttosto famosa osserva divertito lo chef, vedendo qua e là le insegne di ristoranti con nomi nipponici «tuttavia io non mangerei mai del sushi fuori dal Giappone.
Nei miei numerosi viaggi all’estero ho provato a volte la cucina giapponese, ma se non si usano prodotti originali che provengono proprio dal Giappone, è difficile poter proporre una cucina autentica.
Per questo ho portato con me il みりんmirin (leggerissimo vino dolce che serve per cucinare) e altri ingredienti che sicuramente non avrei potuto trovare qui, almeno non così buoni [/b].

Ora servono dei fagiolini da accostare alla portata principale. In ogni piatto devono essercene due e, calcolando 35 coperti, ne servono almeno 70.
Sembra una cosa da nulla, ma lo chef giapponese non tralascia neanche il minimo dettaglio.
Altrimenti che cuoco eccezionale sarebbe? La sua cucina, come tutta la cucina giapponese, dà grandissima importanza all’estetica e ai dettagli.
Una portata deve essere di ottima qualità e di grande bellezza.
Gli occhi devono godere quanto il gusto. Non può esserci uno senza l’altro.
E così, fra lo stupore, l’apprensione e anche qualcosa che si avvicinava pian piano all’ira, la signora dietro il banco della verdura si è vista un bel signore giapponese chinato sui fagiolini, concentrato nella scelta.
Uno per uno
Questo sì quell’altro no… Uhm questo qui non è perfetto, devono essere tutti il più possibile uguali: stesso colore, lunghezza, spessore.
Così dicendo Shin ha finito di scegliere i 70 fagiolini, impiegandoci almeno un quarto d’ora, per poi pagare soddisfatto l’incredula signora del banco, che non vedeva l’ora di vederci andar via.

Dagli spaghetti alla cucina formale

E pensare che quando frequentava la scuola superiore a Kanazawa, i suoi genitori avevano aperto in città un ristorante dove proponevano pasta italiana.
Sì, in Giappone sono piuttosto popolari le spaghetterie, ristoranti solo di pasta dove a pranzo
e a cena (o meglio da mattina a sera) si possono gustare diversi piatti di spaghetti, tagliatelle e pasta corta, con sughi vari:
ragù, pesto genovese, sugo al tonno, funghi, eccetera.
Un tipo di locale molto frequentato perché si può mangiare un piatto di pasta di buona qualità, un’insalata e bere un caffè spendendo il giusto.
Quindi sono cresciuto con molti piatti di spaghetti, ma quando ho deciso di aprire il mio ristorante, che si chiama Zeniya, ho voluto specializzarmi nella cucina tradizionale e formale giapponese, quella in cui si segue il ritmo delle stagioni e si presta estrema cura all’aspetto decorativo del cibo oltre che alla qualità.

Per Shinichiro lo stile ha molta importanza.
La mia cucina ha origine dalla cerimonia del tè: chakaiseki è quello che noi chiamiamo cibo formale.
Io non seguo delle regole fisse e rigide, ma con le mie portate racconto sempre una storia.
Di solito non sono mai meno di nove i piatti che presento e ognuno di loro racconta qualcosa, dal prologo alla conclusione. Anche la scelta dei piatti, ciotole, bicchieri e tazze, ha molta impotanza. Avrei voluto portare qui a Torino i miei piatti del 1600, ma non mi fidavo molto della spedizione via aerea, ci pensi se me li avessero persi? Non me lo sarei mai perdonato!
.

Niente piatti antichi giapponesi, dunque, per la cena che Shin Takagi preparerà fra poche ore, ma di sicuro l’effetto sui palati degli ospiti non subirà una perdita irrimediabile.
Per il solo fatto che la cura, l’impegno e l’abilità che il cuoco giapponese e i due aiutanti (che ha portato con sé da Kanazawa) metteranno nell’esecuzione saranno altissime; poi non capita spesso qui da noi di avere la possibilità di un’autentica cena kaiseki!

Il menù prevede fra l’altro una zuppa preparata con il classico dashi , un brodo di fiocchi essiccati di katsuobushi (pesce bonito), alga kombu e pochi tagli di due verdure di stagione, dei filetti di tara (merluzzo) marinati e grigliati, avvolti fra due fogli di hinoki (legno di pioppo giapponese), del filetto di kamo (anatra) e molto altro, che però lo chef vuole tenere segreto.
Il racconto sarà svelato solo agli ospiti della serata o a chi vorrà volare fino allo Zeniya che si affaccia sul mare e sul porto della bella Kanazawa.
www.zeniya.ne.jp

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Giovedì, Marzo 17, 2011

Notizie più equilibrate, per favore

starde-giapponesi.jpg -Spegni il gas e scendi giù - disse con calma la mia prima
mamma giapponese .
Mi trovavo sulle scale di legno fra il primo ed secondo piano della casa in cui ho abitato per quasi un mese, in quel caldo settembre del 1985 a Tokyo.
Appiccicata alla ringhiera, vedevo oscillare tutto quello che mi circondava e sentivo un rumore strano, quel suono che precede ed accompagna il Jishin terremoto.
-Benvenuta in Giappone- scherzavano nelle ore seguenti i miei amici, sorridendo al mio stupore.
Era appena avvenuto un terremoto, certo non grave, ma pur tuttavia un tremore della terra assolutamente evidente e nessuno ci faceva caso. E’ la quotidianità in Giappone
-L’importante- mi dicevano - E’ che non sia “ Quello” che butta giù tutto-.
Un mio amico musicista, sosteneva addirittura che un terremoto ogni tanto serviva a dare nuova energia, a smuovere un po’ la creatività.
Da allora e fino alla fine del 1999 è incalcolabile il numero di scosse che ho sentito vivendo a Tokyo, e di cui ho parlato nei notiziari in lingua italiana di Radio Giappone, il servizio estero della NHK per cui lavoravo.
Non mi ricordo però di avere mai avuto paura, continuavo a pensare che non poteva succedere nulla di troppo grave, erano solo scosse amiche.
Ma nel 1996 aspettavo mia figlia e le cose sono cambiate.
Le scosse , anche quelle basse e trascurabili, hanno incominciato a provocarmi reazioni differenti.
Prima di allora, nonostante vicino alla porta d’ingresso ci fosse sempre un piccolo estintore ed una borsa con dentro una bottiglia d’acqua, una pila, una radio a batterie ed il passaporto, non avevo mai avuto l’impulso di uscire fuori quando arrivava un Jishin.
Ma col pancione l’emotività è cambiata oppure è semplicemente aumentata la consapevolezza.
Per tre anni ho continuato a convivere con la coscienza che il terremoto avrebbe potuto colpire gravemente e che io e la mia bambina stavamo correndo quel rischio, insieme a tutti gli abitanti delle isole giapponesi.
C’erano delle chiare istruzioni da seguire tuttavia, a Setagaya il mio Ku ( quartiere) di Tokyo, viene stampato mensilmente un giornale per i residenti, sia in giapponese sia in inglese.
Lì riportano sempre dov’è il centro di ritrovo in caso di terremoto e cosa è utile portare sempre con se.
Ti avvisano di aspettare prima di uscire da casa, che le scosse siano cessate e che nulla possa caderti addosso.
Tutto è ordinatamente organizzato, ogni possibile eventualità viene presa in considerazione con compostezza e cortesia.
Ma io avevo paura e ad ogni nuovo terremoto diventavo più sensibile al pericolo.
Sono tornata a vivere in Italia alla fine del 1999 ma ogni volta che vado in Giappone, avverto sempre la presenza del Jishin .
Gli piace farsi sentire.
Tokyo è sempre più bella e cambia in continuazione: nuovi e bellissimi edifici, giardini incantevoli, ogni possibile oggetto e genere di consumo è disponibile in questa capitale dell’Est, ogni suono, ogni libro, ogni desiderio qui si può trovare e realizzare.
Ma venerdì 11 Marzo è successa una mostruosità, qualcosa che è andato oltre ogni possibile previsione.
Un terribile Jishin che è stato chiamato Tohoku-chiho Taiheiyo-oki Jishin è proprio Quel Terremoto che ci si attendeva da anni, quella forza esagerata che dal centro della Terra è salita in superficie raggiungendo la massima potenza contemplata dalla scala di misurazione.
Tutto quello che esisteva nella provincia di Tohoku, epicentro del sisma, è crollato o è stato spazzato via dalla gigantesca Onda del Porto che l’ha seguito.
Dalle 14.16 di venerdì 11marzo ora in cui è avvenuta la scossa potentissima che ha toccato il nono grado della scala Richter, fino ad oggi, ogni giorno porta notizie sempre peggiori. Non ci si crede.
Tantissimi morti, feriti, dispersi, anziani, adulti, giovani, bambini.
Da ore anche la Black Rain su al Nord, nevica e piove una pioggia che spinge a terra quello che l’aria contiene.
Un miscuglio di gas, vapori e odori poco rassicuranti.
Lo scenario è triste, raccapricciante, fa venir da piangere guardare quelle immagini e per me che ho mezza vita e mezzo cuore da quelle parti è ancora peggio.
Ed è anche per questo che voglio dare un po’ di equilibrio alle notizie che i nostri reporter sul luogo inviano e che i commentatori illustri ci spiegano condendo il tutto con bella scrittura e colte citazioni.
Confermando la gravità complessiva di ciò che è evidentemente successo e la fatica che costerà il futuro, vi racconto le molte diverse voci che mi arrivano da amici e conoscenti giapponesi, italiani e di altre svariate nazionalità, le mail, le telefonate e i collegamenti su skype sono queste:

Dal blog di un italiano a Tokyo Come sa di soja lo riso altrui , oggi 16 marzo:

-Mi ha fatto sorridere l’articolo apparso sul Corriere su Peppe il pizzaiolo….. per due motivi.
Il primo, perché non é per nulla vero che gli italiani siano scappati quasi tutti.
A parte qualche ipocondriaco che legge solo i giornali italiani e non dorme la notte per paura delle radiazioni, da quel che mi risulta siano pochi quelli che se ne sono andati.
Per onesta’ di cronaca comunque devo dire che gli italiani non sono gli unici: ho un amico francese amante delle teorie del complotto e noto malato immaginario (non sto scherzando) che infatti ora e’ a Osaka.
Ma a parte queste eccezioni di gente che ha le radiazioni nel cervello, diciamolo: siamo tutti qui.-
Sempre su questo blog, 15 marzo :
-Visto che mi si chiama doppiamente in causa, come emigrante in Giappone e come ingegnere, credo sia giunto il momento che anch’io spenda due parole sul nucleare, più che altro per mettere dei paletti e capire dove vale la pena discutere e dove no.
O da ingegnere dei sistemi di sicurezza quale sono credo di poter dire la mia, scusate la presunzione ma e’ il mio lavoro.
Recentemente sto ricevendo messaggi da numerosi italiani a Tokyo che si stanno facendo prendere dal panico e vogliono tornare a casa.
A questi non mi verrebbe nemmeno da rispondere; so benissimo che nel panico non si ascoltano ragioni.
Quando frigge il culo non si vuol certo star li’ ad ascoltare lezioni di ingegneria nucleare.
E allora, cari compatrioti di Tokyo e dintorni: fate un po’ come vi pare.
Fate quello che vi sentite di fare. Tornate a casa da mamma’, o andate in ferie alle Hawaii sperando che il meltdown si sistemi nel giro di due settimane o andate a rifugiarvi a Osaka, mettete qualche altro centinaio di km tra voi e la nuvola cattiva.
Oppure restate qui, come faccio io, che resto per il puro e semplice motivo che a Tokyo non c’è né ci sarà alcun pericolo.
Ma come spiegare su questo blog concetti base dell’ingegneria della sicurezza, concetti come come safety integrity, fail safe systems, FMCEA, FTA, eccetera?
Per questo, cari italiani in Giappone: io cosa posso fare più di dirvi che il rischio di una nuvola radioattiva sopra Tokyo e’ inferiore a quello che cada il vostro aereo del ritorno, o che moriate in un incidente stradale con i vostri genitori nel tragitto dall’ aeroporto della vostra città a casa?-

Ambasciata di Tokyo 13.30 ora locale 15 marzo 2011 , non invita affatto gli italiani ad andare via chi vuole può farlo questo è chiaro.

Emergenza nucleare
1) Un ulteriore aggiornamento delle condizioni presso la centrale nucleare di Fukushima dopo l’esplosione di questa mattina alle ore 6.00, segnalano la presenza di tassi di radioattività nel sito della centrale.
L’Agenzia giapponese di Sicurezza Civile informa che il contenitore di sconfinamento del reattore n. 2 sarebbe integro, nonostante l’esplosione delle ore 6.00 avvenuta in una vasca di raffreddamento.
Le autorità giapponesi hanno raccomandato alla popolazione residente nel raggio di 30 km. dalla centrale di non uscire di casa.
L’incendio verificatosi oggi nel reattore n. 4 e’ stato spento.
Le consultazioni che l’Ambasciata ha potuto realizzare con le Ambasciate dei maggiori Paesi occidentali, ed in particolare con quelle che hanno esperti nucleari nell’area di Fukushima, portano a ritenere che le informazioni date al pubblico dal Governo giapponese finora siano corrette e altrettanto lo siano le procedure che si stanno seguendo sui reattori critici.
2) Le previsioni meteorologiche delle ore 11.30 indicano che la direzione del vento da Fukushima dovrebbe evitare l’arrivo su Tokyo di qualsivoglia emissione radioattiva proveniente da Fukushima. Un diffuso timore in tal senso esisteva poche ore fa.
Ci potrebbero essere, come da notizia circolata minuti fa, delle rivelazioni di radiazioni sopra Tokyo che non necessitano di specifiche misure di protezione personale della popolazione a Tokyo.
3) L’Ambasciata rinnova la richiesta di far urgentemente pervenire via e-mail  agli indirizzi e-mail: consular.tokyo@esteri.it e ambasciata.tokyo@esteri.it i nominativi dei membri del nucleo familiare che sono già partiti, nonché di avvertire, sempre via email allo stesso indirizzo, questa Ambasciata nel momento in cui lascerete il Paese.
Invitiamo a seguire  scrupolosamente le istruzioni delle Autorità di Difesa civile giapponese che tutti i residenti ricevono costantemente.-

Dal blog di Gakuranman, ragazzo inglese, 16 marzo, informazioni sui livelli di radioattività
-Ricordate, nonostante questi dati suggeriscano che il livello delle radiazioni registrate a Fukushima non siano estremamente alti, il pericolo è quello di una costante esposizione. Per questa ragione. la gente all’interno di 30 km. dalla centrale è a rischio di un serio danno.
7,000-10,000 millisieverts – Le persone muoiono a causa di avvelenamento da radiazioni. ( esposizione di tutto il corpo)
1,000 – Nausea e vomito (esposizione di tutto il corpo).
500 – Riduce i livelli dei linfociti periferici del sangue . ( esposizione di tutto il corpo)
200 – Nessuna condizione clinica viene confermata al di sotto di questa cifra.
10 – Radiazioni dal sole
6.9 – CT scan
2.4 – un anno di radiazioni naturali
0.6 X-ray allo stomaco
0.2 – Un viaggio di ritorno da Tokyo a Roma
0.05 – X-ray al torace o il livello di radiazioni che ci dovrebbe essere intorno ad una centrale nucleare
A questo punto nulla indica che ci sia un pericolo di radiazioni che si avvicinano a Tokyo.-

da Beatrice Lombardi, che scrive :

Fabiola, se ci fosse il modo vorrei che venisse pubblicato che i molti cittadini italiani si aspettavano il rimpatrio a spese dello Stato. Imputano la colpa all’ambasciata ed al consolato di non aver fatto niente. In realtà non e’ così.
L’ambasciata ha preso subito contatto con tutti i cittadini iscritti al’AIRE dando loro tutte le informazioni, che per altro potevano essere trovate anche sul sito, se qualcuno ne avesse avuta voglia!
Nessun paese, nemmeno gli USA hanno previsto un piano di evacuazione, perché il governo giapponese non l’ha previsto se non nei 30 km intorno alla centrale atomica.
Le paure che i cittadini italiani hanno avuto e la loro conseguente fuga fuori dal paese e’ qualcosa che loro, indipendentemente, hanno deciso di fare.
Quindi tutto questo malessere che gira su Facebook ed anche delle persone che arrivano in Italia non e’ a mio parere (e non lavoro per nessuna delle istituzioni, come tu ben sai!!) giustificato.
poi tutti sono pronti a dire quanto sono bravi e coraggiosi i giapponesi, che non si lamentano, che non si lagnano e che accettano con remissione il loro destino nelle aree colpite… mentre gli italiani a distanza di 270 km (leggi Tokyo) avrebbero voluto essere scortati e sostenuti economicamente.
Siamo sempre i soliti!

Jun Yamanaka , mi scrive:
-Dopo tante brutte notizie, oggi voglio dartene di positive:
Intanto in pochissimi giorni stanno rimettendo a posto le strade distrutte da Tsunami e da Jishin.
Perché è imperativo riuscire a mandare cibo e medicine alle persone che sono nel Tohoku.
Alcuni ingegneri della Tokyo Electric Company prossimi alla pensione, si sono offerti come volontari per entrare nella centrale nucleare di Fukishima e cercare una soluzione più rapida.-

E questo è ciò che mi scrive il mio papà giapponese.
La famiglia che mi è sempre stata vicina nei miei 12 anni di residenza a Tokyo.
Ha 87 anni, abita lungo la Yamanote Line, in una casa a due piani con moglie, figlio e gatti.
Si chiama Shozo Ono ed è sopravvissuto al bombardamento atomico di Nagasaki .
Fabiola san, daijoubu desu (va tutto bene) ! Noi siamo in salute e la casa non ha nessun danno.
Le scosse continuano ma non c’è problema, si tratta solo di assestamenti. Noi giapponesi abbiamo abbondanti esperienze di terremoti. Per molte ore al giorno non abbiamo l’elettricità ma a Shinjuku c’è sempre perché é uno dei cuori commerciali della città.
Nei supermercati è andato via tanto cibo, ma è una cosa temporanea. I giapponesi hanno sempre avuto disastri naturali, c’è solo da risolverli. La maggior parte di noi non piange, non è arrabbiata ma pensa solo a fare del suo meglio. Il grande problema è la centrale nucleare ma per ora la regione del Kanto ( dove è Tokyo) è al sicuro.
Chi abita all’interno di 30 Km deve andar via, ma noi siamo a più di 200 km. da Fukushima.
La mia famiglia ed io siamo energici, non ci preoccupiamo. Ti avviserò se dovesse cambiare qualcosa. Ci vediamo!

Questo è anche quello che sta succedendo in Giappone e che coinvolge molti, la maggior parte di chi vive questa tragica esperienza .

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Mercoledì, Marzo 16, 2011

Jishin 2

pubblicato da Repubblica.it, il 12 marzo 2011

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photo by Patrick de Volpi
Le strade di Shibuya sono vuote stamattina, come succede solo durante O’Shogatsu (Capodanno) quando davvero tutti i giapponesi sono in vacanza, finalmente insieme con i loro familiari.
Ma oggi non è esattamente festa Tokyo, c’è piuttosto un’atmosfera spettrale: non si vedono macchine, persone e tutti i caffè, perfino Starbucks, sono chiusi.
Le persone sono stanche, pochissimi sono riusciti a dormire a causa delle continue scosse di assestamento e per via dello shock.
E’ adesso che cominciano a rendersi conto della paura. Alcuni stanno lasciando la capitale per andare verso sud, Kyoto ed Osaka, nel tentativo di allontanarsi dall’onda anomala e dal fumo delle radiazioni nucleari. La sensazione di molti è quella di essere in trappola: hanno superato il Jishin (terremoto) è vero, i palazzi hanno tenuto, Tsu Nami ( porto e onda) non può colpire Tokyo, tuttavia c’è un’onda anomala tutta psicologica, che si chiama consapevolezza del disastro, arrivata nella capitale giapponese con tutta la potenza dei dieci metri d’acqua che si sono abbattuti su Sendai.
Ma la paura non si sta allontanando come si desidererebbe.

Elisabetta Manzini abita a Tokyo dal 1988, ha lavorato nella redazione in lingua italiana di Radio Japan ( NHK) ed insegna italiano all’Istituto Italiano di Cultura. Ecco il suo racconto:
-Non posso dire che va tutto bene perché adesso c’è il pericolo delle radiazioni. L’impianto di raffreddamento non funziona, c’è un grosso pericolo di contaminazione. Ci sentiamo in trappola. Gli aeroporti sono chiusi al momento.
L’esperienza è stata terribile.
In 23 anni di Giappone non avevo mai sentito una scossa così forte e lunga. Mi trovavo al 9 piano del Bell Commons (grande magazzino ad Aoyama) meglio che a casa.
Abito al 44mo piano! Infatti quando sono rientrata ho trovato che era caduta una parte della libreria e parecchie cose erano danneggiate. La scossa è stata lunghissima e fortissima e non si riusciva a stare in piedi.
Ho letto la paura in viso alle giapponesi forse per la prima volta in modo così evidente.
Ho pensato che era il Big One e che forse sarei morta. Ho pensato solo che era meglio morire subito piuttosto che rimanere schiacciata e impotente sotto qualcosa.
Finita la prima lunghissima scossa, ci hanno fatto scendere dalle scale, ma in strada è arrivata la seconda, fortissima scossa.
La gente era assembrata sui marciapiedi con i cellulari in mano che non funzionavano-.

Le scosse sono proseguite ancora fino a stamattina, per tutta la notte. I conbini (piccoli supermercati aperti 24 ore su 24) venivano svuotati e le carte di credito non funzionavano.
Il metro fermo ha causato incredibili disagi, un traffico pazzesco e l’impossibilità di trovare un taxi. Ho dormito a casa di un’amica e adesso stiamo tutti aspettando di vedere cosa fare.
Il Giappone può trasformarsi in una bomba ad orologeria per l’impianto nucleare. Siamo in attesa….-

Beatrice Lombardi di Firenze, vive con la sua famiglia a Tokyo, nel quartiere di Setagaya.
E’ stata l’organizzatrice della manifestazione ” Se non ora Quando” delle donne italiane in Giappone, il 13 febbraio scorso davanti all’Istituto Italiano di Cultura .

-Sopravvivere ad un terremoto di una magnitudo del 7,5 quella registrata a Tokyo è di per sè un fatto straordinario.
Tutto è stato straordinario venerdì 11 marzo .
C’erano stati due giorni di scosse, piuttosto sostenute, ma del tutto “innocue” e la vita aveva ripreso il suo corso naturale.
Treni pieni, strade congestionate, autobus al completo facevano da cornice ad una solita, tipica giornata.
Ero al nono piano di un edificio quando il terremoto ci ha colpite, me e la mia amica Chihiro , di sorpresa, come ha colpito di sorpresa tutti gli altri del resto.
Ci siamo guardate ed abbiamo capito subito che era qualcosa di diverso: non finiva mai. Ci siamo riparate sotto un tavolo, aspettando che la terra smettesse di tremare. In quei secondi lunghissimi, ci è passata la vita davanti, come quando sei sicura di dover morire.
E forse Chihiro lo era davvero. Era disperata, si sentiva in colpa per non aver dimostrato al marito ed ai figli tutto il suo amore quella mattina a colazione. Io, invece e non so perché, forse perché sono ottimista di natura, ho solo pensato che in Giappone non si può morire sotto le macerie di un terremoto.

Nel resto del mondo sì, ma non in Giappone. Finita la scossa siamo usciti, per le scale, in fila, senza ressa.
Nove piani di scalini che sembravano aumentare invece che diminuire nella discesa.
Tutta la città era in strada. Ho pensato che l’epicentro questa volta fosse stato Tokyo.
Non poteva essere altrimenti, troppo forte questa scossa, troppo lunga, ed il cielo si era pure rannuvolato.
Ci siamo prese qualcosa da bere per ridurre la tensione, e siamo salite in macchina. Cinque minuti dopo, mentre eravamo ferme ad un semaforo la seconda scossa. La macchina ballava come in balia delle onde.
Ho messo il freno a mano e la marcia di stazionamento. Chihiro mi tremava accanto come una foglia, dovevo rassicurarla, volevo rassicurarla. Ho acceso anche la radio per avere un po’ di musica. Tutti i canali non parlavano d’altro che del terremoto.
Ed è così, che abbiamo appreso che l’epicentro è stato a 300 chilometri di distanza da Tokyo, nel mare, a 130 chilometri dalla costa, con una magnitudo di 8.9 e che uno tsunami si stava abbattendo sulle coste.
La radio passava in rassegna le località colpite e la forza con cui le onde si abbattevano, portando via case, cose e soprattutto persone. Eravamo pietrificate.
Guidavo per forza d’inerzia, in un traffico micidiale, ma non ancora così congestionato, come sarebbe stato nelle ore successive. Abbiamo recuperato i bambini da scuola e siamo tornate a casa”.

La notte abbiamo dormito tutti in salotto, vestiti, pronti per scappare. I nostri zaini, con il kit sopravvivenza davanti alla porta, anche le scarpe pronte per essere calzate senza difficoltà.
Giubbotti disposti già in ordine, in caso di un’uscita imprevista. 40 scosse di assestamento - tutte sopra il 5 grado della scala Richter - sono state registrate fra le 23 e le 8 di mattina di sabato 12 marzo.
I bambini hanno dormito, io e mio marito ci siamo dati i turni, anche se nessuno dei due ha propriamente riposato.
Sopravvivere ad un terremoto di una così forte magnitudo è di per sè un fatto straordinario, come straordinario è questo popolo che convive con questa calamità da sempre e la vince. Purtroppo, contro la furia dell’acqua, di quello che qua chiamano O’tsunami, ancora non c’è nulla da fare: la natura fa ancora da padrona -.

Michele Benanti , di Palermo vive a Tokyo da due anni e frequenta un corso specialistico in politica presso l’università Hosei .
Sta facendo uno studio comparato tra le mafia giapponese e quella italiana con particolare attenzione alle infiltrazioni mafiose nella politica.
-Io abito nella zona ovest di Tokyo, quando è successo il terremoto ero a casa che mangiavo degli spaghetti e tutto quello che era sopra il tavolo è caduto….. Ehi, proprio in questo momento c’è un’altra scossa….
Mi sono vestito in fretta e sono andato verso la stazione. Ad essere sinceri , la scossa è stata molto forte, ma non pensavo che i giapponesi fossero stati così colpiti. Arrivato in stazione, invece, mi sono reso conto da subito della reale portata dell’evento.
A Tokyo tutti usano il treno o la metropolitana come mezzo principale per gli spostamenti e quando si blocca questa macchina che fa girare la città, anche i giapponesi si fermano: file interminabili di persone smarrite, persone che si rendevano conto di quello che era accadut e, pur abituati ai terremoti, non sapevano cosa fare. Un vecchio di settantacinque anni era impaurito.
Niente del genere si era mai visto.
Le scosse sono durate tutta la notte e la mattina avevano tagliato il gas per evitare altri problemi.
Adesso dopo quello che è successo a Fukushima la paura più grande è la pioggia radioattiva.
Se dovesse ancora esplodere quel reattore sarebbero guai per l’intera nazione.
Il Giappone è sempre stato preparato al grande terremoto ma nessuno aveva pensato alle centrali nucleari che per quanto all’avanguardia stanno cedendo alla forza distruttiva della natura. Se una cosa del genere fosse capitata in Italia non oso immaginare il disastro.
Ora e almeno nel mio quartiere la gente sembra abbastanza tranquilla.
Nei supermercati i generi di prima necessità come acqua potabile, zucchero e riso sono scomparsi ma per il resto è tutto nella norma anche i treni funzionano alla perfezione.
Per quanto mi riguarda ieri ho cercato di dare una mano in giro ma potevo anche non farlo: tutto era perfettamente organizzato: polizia nelle stazioni, personale delle ferrovie pronto a rispondere alle domande dei clienti.
Non sono spaventato, pur essendoci continue scosse mi sento tranquillo. Stavo leggendo in un giornale online, dice che hanno spento due reattori della centrale di Fukushima. Questo avrà ripercussioni sia nella zona di Fukushima sia a Tokyo, si pensa fino a giorno 14.
L’afflusso di corrente elettrica diminuirà di parecchio.
Non voglio tornare in Italia, sto bene qui, sono fortemente determinato a finire l’Università -.

Intanto l’Ambasciata italiana ha rilasciato delle linee guida in cui sconsiglia nelle prossime ore di dirigersi in auto verso l’aeroporto di Narita, perché l’autostrada é bloccata per verifiche.
L’aeroporto, che risulta al momento pienamente funzionante, ed è raggiungibile solo tramite la Keisei line dalla stazione di Nippori in quanto anche il servizio limousine bus non è ancora stato ripristinato. Sulla questione dei rilasci di radiazione dalla centrale nucleare di Fukushima, l’ambasciata riporta le prime risultanze emerse dagli approfondimenti in corso tra gli addetti scientifici delle Ambasciate UE e con le Autorità giapponesi. Non risultano nostri connazionali nel raggio di 100 chilometri.
Oggi L’Istituto Italiano di Cultura terrà il concerto di musiche di Traetta in programma in Auditorium alle 14.30.
Sarà eseguito soltanto lo Stabat Mater, mentre la Serva Padrona non verrà rappresentata. Si cerca insomma di ristabilire una sorta di normalità, ma è difficile.

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Venerdì, Marzo 11, 2011

Jishin

pubblicato su Repubblica.it
giuseppe-percivati.jpg Giuseppe Percivati torinese classe 1985 arrivato a Tokyo da tre mesi, abita a Nerima
15 chilometri nord-ovest di Shinjuku davanti alla stazione
lavora come modello, sta disegnando la campagna di lancio della 500 Twinair per Fiat ma sogna un futuro da madonnaro

Il terremoto è stato violentissimo
la prima scossa e` arrivata all’improvviso ed è stata la più lunga -quasi 2 minuti- e decisamente la più forte.
La gente del mio palazzo che ha 17 piani ha cominciato a scendere in strada ma senza scene di panico o altro.
C’era si paura: una scossa di questa potenza e così lunga e intensa non si ricordava a memoria d’uomo.
Si è scesi in strada, alcuni negozi non hanno neanche chiuso per esempio,ma quasi tutti i supermercati si, il terremoto ha fatto cadere bottiglie e altro per terra e si doveva pulire ovviamente.
Poco per volta si è tornati in casa
Dopo sono seguite altre scosse, solo 2 particolarmente forti, e altre più lievi ancora.
Adesso a Tokyo TUTTO è normale in pratica

L’unico vero problema è la metropolitana interrotta in parecchie linee, anche quasi tutti gli uffici hanno mandato a casa i dipendenti quindi milioni di persone dalle 16 stanno cercando di tornare a casa.
Ci sono file lunghissime per un taxi e bus pieni di gente che torna a casa o che magari decide di dormire fuori.
Telefoni intasati essendo che milioni di persone stanno cercando di chiamare,mandare messaggi, rassicurare .
Più vasi rotti che altro e qualche vetro.
In tutto si parla di 6 incendi in un`area grande più del Piemonte con 30 milioni di abitanti direi che la situazione si possa dire normale .
Rimane un po’ di paura è stata veramente una scossa violenta la situazione drammatica è però a Sendai per via dello tsunami ma a Tokyo parlare di “panico” o situazione drammatica è una bugia
gli unici presi dal panico posso essere i gaijin, cioè noi stranieri.
Diciamo paura si, panico no affatto.
Sono pur sempre giapponesi…..non ho visto gente piangere o che so altro
I miei vicini con calma sono usciti con una borsetta in mano e sono andati al parco o davanti a casa ad aspettare un po‘ .
So di miei amici che durante il terremoto si trovavano al 9 o 25 piano
li ancora più paura ma già al secondo piano ballavo tutto, al 25 mi dicono era difficile tenersi in piedi.
Adesso sono a casa che disegno e rispondo ai messaggi preoccupati di amici.

anna-maria-mazzone.jpg Anna Maria Mazzone, vive a Tokyo da quasi 20 anni, scrive, traduce, lavora come consulente per aziende italiane in Giappone. Quando c’è stata la prima scossa era in ufficio all’Istituto del Commercio Estero

Quando e’ successo ero in ufficio all’ICE, al 16mo piano.
All’inizio abbiamo sentito delle oscillazioni che si sono fatte sempre più forti e allora abbiamo deciso di ripararci sotto le scrivanie.
Le colleghe giapponesi sono state molto cool, anche se hanno detto che si e’ trattato del terremoto più forte cha abbiano mai sentito.
In ufficio sono caduti molti oggetti dagli scaffali e la fotocopiatrice e’ andata a sbattere contro la porta.
Alcuni scaffali si sono incrinati. Nessuno si e’ fatto male.
Visto che l’unico annuncio fatto dall’edificio e’ stato di non usare l’ascensore, dopo un po’ abbiamo deciso di scendere a piedi.
Anche nelle scale non c’erano scene di panico.
Ci siamo radunati in un piccolo parco vicino all’Ice.
I cellulari non funzionavano e neanche i telefoni. Le mail col telefonino, invece, si’.
A Tokyo non ci sono state scene di panico ma si sentivano gli annunci di pericolo tsunami che venivano mandati dagli altoparlanti.
Tutte le linee ferroviarie, metro, autobus sono bloccate.
Da 40 min, circa la Ginza line ha ripreso a funzionare.
Gli Shinkansen e gli aeroporti sono bloccati.
Anche le autostrade. Alle stazioni di Shinjuku e Shibuya ci sono migliaia di persone che sperano di poter prendere il treno.
Comunque alcune Università, scuole e templi hanno dato la disponibilità ad ospitare chi non può tornare a casa.
Continuano le scosse di assestamento (a Tokyo non si sentono molto) ma le annunciano alla TV.
Hanno detto che non ci sono fughe radioattive dalle centrali ma chissà se e’ vero.
Hanno detto che da qui a un mese potrebbe esserci un altro terremoto di pari intensità.
Speriamo di no.

guido-tarchi-1.jpg Guido Tarchi, di Fiesole classe 1968 ha studiato alla Sophia University di Tokyo e lavora per la Permasteelisa Japan come deputy general manager

Ho tenuto a mente tutte le informazioni di diciassette anni in Giappone in merito a come cercare di affrontare l’evento del big one.
Mi sono fidato delle mie conoscenze di costruzioni per credere che l’edificio dove ero avrebbe resistito bene ad un terremoto di grandi proporzioni e ho aspettato davanti alle scale di emergenza che finisse la prima scossa.
Ma non finiva… Sono tornato in ufficio c’erano molti accovacciati o che cercavano di trattenere i faldoni.
Ho controllato che I contro soffitti non fossero in pericolo.
Ho comunicato immediatamente a casa in italia dopo aver verificato che il telefono fisso funzionava ancora.
Ho poi comunicato al nostro ufficio di Singapore che stavamo tutti bene e che non c’erano danni a persone e a cose.
Nel frattempo e’ arrivata la seconda scossa. Ero a sedere.
Tutti sono usciti dall’ufficio che si trova al quarto piano.
Ho deciso di uscire anch’io. Sono stato l’ultimo insieme ad un mio collaboratore giapponese.
Siamo andati tutti nel giardino della scuola elementare vicina.
Ho consigliato a tutti coloro che conoscevano la strada di casa di incamminarsi al più presto prima che le strade si affollassero.
Perché così io avrei fatto. E così ho fatto.
Mi sono diretto verso casa a piedi. Ci ho messo tre ore.
Adesso sono qui. Sembrava tutto finito.
Ma quindici minuti fa e’ andata via la luce.
Siamo al buio completo…speriamo bene.
Pare che dipenda dallo spegnimento di alcune centraline nucleari per i controlling del caso. Mah…speriamo bene.
Comunque stanotte anche se siamo al Nioi (buio) completo mi sa che non si dorme.
Adesso fermo ogni comunicazione perché devo risparmiare anche le batterie..

patrick-de-volpi.jpg Patrick de Volpi, giornalista e fotoreporter canadese, 52 anni.
Lavora per la NHK a Tokyo da 18 anni, sede centrale di Shibuya.
Era ed è ancora in studio a lavorare per dare notizie di quanto succede, al mondo
.

La scossa è stata davvero enorme e molto paurosa.
Mi passavano continuamente in testa pensieri sull’aldilà.
La maggior parte dei miei colleghi si è messa sotto le scrivanie ecceto io ed altri che tenevamo stretti i computers.
Tokyo è nel Caos….lunghe code davanti ai piccoli supermercati come il Seven/Eleven, alcuni edifici sono a terra, milioni di persone che non possono prendere i treni e le subways.
Il grande danno è avvenuto al Nord e il terribile Tsunami, dieci metri d’acqua.
Sto girando dei video dalle finestre dell’ufficio, appena uscirò e se le cose si saranno calmate tornerò a casa con la mia bicicletta e vedrò se ho ancora una casa.
Se c’è ancora prenderò la mia camera e tornerò per strada.
Se non ci fosse più il mio palazzo andrò da qualche amico e dormirò lì.
Anche se non posso neanche immaginare ad un’altra scossa durante la notte, di certo avrò degli incubi.

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Giovedì, Marzo 10, 2011

Donne giapponesi e l’arte di stare da sole

scritto da Kaori Shoji e tradotto da Fabiola Palmeri
foto di Gianni Pezzani

foto-di-giannipezzani.jpg
Uno dei maggiori cambiamenti delle donne giapponesi negli ultimi cinque o più anni, è la loro nuova conquistata capacità di solitudine.

Le Tokyo joshi 女子 , ovvero giovani donne, donne singole o qualsiasi donna che si considera un individuo spiritualmente e relativamente libero, sono note, anche fra loro,
per essere solitamente incapaci a stare da sole.

Dalla scuola media in su, ci si aspetta che le ragazze tsurumu つるむ cioè stiano insieme legate come viti, in tutti i momenti della loro vita pubblica.
Ma ora vediamo donne per conto loro, ovunque.
Dagli hotel ai caffè, dai condomini con appartamenti solo per donne alle spa cittadine, la vista di una ohitorisama おひとりさま , una rispettosa donna da sola dunque, che si concede piccolo spazio dal business di esistere, è diventa talmente comune che nessuno le degna di un secondo sguardo.
Dietro al fenomeno c’è il basso tasso di matrimoni.
Molte donne preferiscono decidere di non prendersi un impegno a lungo termine che paralizzerebbe il loro stile di vita.
Secondo una ricerca governativa del 2009, le donne del Kanto ad esempio, preferiscono il proprio lavoro e la libertà finanziaria relativa rispetto al matrimonio, a meno che non le venga garantito che la loro qualità di vita aumenterà piuttosto che abbassarsi.
La cattiva notizia è :
in questi giorni e di questi tempi sembra quasi certo che il livello scenderà o meglio, crollerà fino al centro della Terra.
E la buona notizia? E’ così perfetto essere sole.

Miyoko Taniguchi ha 41 anni e sostiene che il suo metodo preferito per scaricarsi è hitori-zake 独り酒 ovvero bere da sola nel suo bar di zona preferito. -Hitorino hga zettai kiraku- -E’ certamente più rilassante bere per conto proprio-
E sebbene abbia un fidanzato la Taniguchi potendo scegliere cerca un’intossicazione solitaria invece che il fardello di una cena intima.
Ma Taniguchi e migliaia di altre ohitorisama si ricordano bene di quando nelle loro vite hanno dovuto aggregarsi, tsurumu con altre ragazze/donne per non rischiare murahachibu むらはちぶ , l’ostracismo sociale.
Durante gli anni della scuola, le ragazze tornavano spesso a casa esauste dopo un lungo giorno in cui avevano fatto tutto isshoni いっしょに insieme ad altre ragazze- e questo comprendeva anche andare in bagno durante la ricreazione.
Joshi toire 女子 トイレ , il bagno delle ragazze, era ed è ancora, un luogo caldo di pettegolezzi e di bullismo,
Essere assente quando le ragazze ridacchiano di fronte allo specchio, comportava spesso ostacoli sociali ed era molto evitato.
Definito come Tsureshon, pisciatina accompagnata, è stato un rito di passaggio nelle vite di molte ragazze giapponesi.
Ed una volta diventate adulte e ormai impiegate, il fattore tsurumu è sembrato accelerare invece che recedere, nella vita di queste donne.
Se una donna non aveva ki, colleghe femmine che erano entrate nella ditta con loro, compagne con cui pranzare, veniva considerata strana, impopolare ed anche priva di caratteristiche di attrattiva.
Le donne capivano d’istinto che essere viste da sole in pubblico, era l’equivalente di ricevere la lettera scarlatta, e fino ad oggi, la temuta pratica del benjomeshi ovvero mangiare nell’antibagno, vige ancora.
Questa è la pratica per cui si corre in un ekibiru, 駅ビル, un centro commerciale della stazione, ci si rifugia nell’antibagno di uno dei gabinetti e si mangia di gran fretta un dolcetto di panetteria per pranzo, piuttosto che rischiare di essere vista mangiare da sola in un ristorante.
Superati i 25 anni comunque, per una donna giapponese la vita diventa più facile.
Taniguchi dice che per lei la svolta è arrivata a 29 anni, quando decise di non dare più importanza ad un suo possibile matrimonio.
E decise anche di permettersi del privato, comprando ad esempio un combini bent コンビニベント, pranzo in scatola del supermercato e di gustarselo seduta in una panchina del parco durante l’ora di break.
I suoi colleghi la rispettavano abbastanza da lasciarla sufficientemente da sola.
-Atashi wa hitoridemo daijibu- dice la Taniguchi che suona come - Posso farcela da sola-.
E la considera essere la migliore delle sue affermazioni.

Veramente, le donne giapponesi hanno una lunga storia di nascondere se stesse in piccole tasche sociali fatte di indipendenza e solitudine.
Kyoto ed Osaka al riguardo sono avanti rispetto a Tokyo perché le donne mercanti e negozianti in quelle due città hanno sempre esercitato un notevole controllo, ci sono sempre stati luoghi in cui dare alle donne del Kansai conforto e rilassamento.

Nascoste nelle vie laterali delle città esistono case da te e ristorantini di pasta appositamente per donne.
Molti hotel hanno josei senyō furou, un piano di camere solo per donne.
E questo per provvedere alle donne che viaggiano da sole di non incappare in uomini sconosciuti nei corridoi o di sdraiarsi su materassi usati anche da corpi maschili.

Gli accademici giapponesi credono che il traino della società urbana giapponese non sia il denaro o la logica corporativa ma un profondo e radicato ningen fushin, cioè lo scetticismo verso il prossimo.
Probabilmente sono più vicini alla verità di quanto ci piaccia ammettere.

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