Sabato, Aprile 10, 2010

Okuribito

okuribito.jpg In Italia è stato presentato lo scorso anno all’interno del Far East Film Festival di Udine il film del regista giapponese Yojiro Takita intitolato Okuribito , pellicola che ha vinto l’Oscar 2009 per il miglior film straniero.

Il Festival di Udine, è l’unico in Italia ad occuparsi della ricca cinematografia dell’Estremo Oriente e finalmente da ieri il film in questione è arrivato nei cinema di molte città italiane, con un ritardo tuttavia inspiegabile.
Tradotto con il titolo inglese di “Departures” la storia di Okuribito, racconta Mark Shilling, giornalista di cinema ed editorialista del Japan Times, è incentrata:

-Su un rito mortuario giapponese che gli Occidentali sperimentano raramente o mai: le cure del のんかし nokanshi (letteralmente, “maestro di deposizione nella bara”), un professionista che lava e riveste la salma.
Il protagonista del film, che è appunto un nokanshi, eleva un semplice compito a rituale raffinato, eseguito con gesti sapienti ed eleganti, che comunica anche compassione per il defunto. Questo - sembra dire senza parole ai congiunti - non è semplicemente un corpo senza vita, ma una persona degna di rispetto e di amore.
Con la sua perizia, egli restituisce al defunto le sembianze della vita.-

Il film ha inizio con il protagonista, Kobayashi Daigo (Motoki Masahiro), che già fa il nokanshi, e sta lavorando sulla salma più inusuale che gli sia mai capitata: quella di un giovane transessuale morto come donna, anche se i suoi parenti si sono scordati di informare del fatto Daigo e il suo capo, Sasaki (Yamazaki Tsutomu).
La scoperta, da parte di Daigo, del sesso della salma ha il tono divertente tipico della vena di humour macabro di Takita - e indica che Departures sarà un film difficile da descrivere.
Proviamoci comunque: il film parla della ricerca della felicità, anche se tutti pensano che la tua felicità sia strana, sia sgradevole e sia causa di divorzio.

Dopo questo prologo, scopriamo Daigo nella sua vita precedente: quella di un violoncellista che ha appena perso il lavoro. Senza alcuna prospettiva di lavoro, lui e la sua giovane e spensierata moglie Mika(Hirosue Ryoko ) si trasferiscono in campagna, nella città natale di Daigo, Yamagata .
Qui lui risponde a un inserzione per quello che inizialmente crede un lavoro in un’agenzia di viaggi; ma poi gli viene rivelato, da una gioiosa e appariscente receptionist (Yo Kimiko) e poi anche dal burbero seppur accogliente presidente (Yamazaki Tsutomu), che l’agenzia non spedisce i suoi clienti alle Hawaii, bensì all’altro mondo.
Daigo accetta comunque il lavoro e scopre di averne la vocazione.

Da bambino Daigo è stato abbandonato dal padre e lasciato solo dopo la morte dell’amatissima madre.
Come nokanshi, egli si accorge che, aiutando gli altri ad accettare la loro perdita, gli risulta più facile fare i conti con la propria.
Il lavoro è anche uno sfogo naturale al suo senso musicale del bello e dell’ordine.
Mika, però, non riesce a superare il fattore bleah, né la vergogna sociale per la professione del marito, e gli impone la scelta: o i morti o lei……non sveliamo la fine del film ma vi consigliamo vivamente di andare al cinema a vederlo o di procurarvene una copia.
E’ bellissimo,  ほんとに!
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New People in San Francisco

Negli Stati Uniti i primi manga arrivarono fra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘80 ed oggi il dialogo con la subcultura giapponese è ormai quotidiano e molto condiviso.
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Ecco quindi nascere New People il nuovissimo Centro d’Arte e Media di 7000 metri quadri, inaugurato a metà agosto 2009
al 1746 di Post Street, nella Japantown di San Francisco , la più grande delle città giapponesi degli Stati Uniti.

Quattro piani più un interrato di un intero edificio dedicato al J-Pop, quell’insieme ormai sempre più seguito ed ora anche raccontato da testi, saggi e ricerche, che mette insieme la subcultura pop giapponese che non comprende solo manga ed anime (sta per animation e si legge con l’accento sulla e) ma ingloba anche elementi come il cinema, la moda, l’arte e il design.
Un Centro totalmente votato alla sub cultura giapponese, con tanto di teatro-cinema con 143 posti a sedere ed una galleria per le mostre ospiti.
La ragione del New People primo centro di questo tipo fuori dal Giappone è che - “C’è una generazione di americani cresciuta aspirando al Giappone, e quelli che gravitano intorno al fattore graziosità e al cool del J-Pop, hanno tratti in comune con gli しんじんるい Shinjinrui (nuovi cittadini)- racconta l’ideatore del Centro, Seiji Horibuchi - “Hanno lo stesso desiderio di novità ed un focus culturale che li porta a guardare altrove.
Il loro cocoon è il Web non la casa dove vivono ed il loro interesse per le nuove esperienze è a prova di recessione” -

E Horibuchi conosce di sicuro molto bene come i nord americani hanno reagito ai primi Manga ed Anime proposti nel mercato, visto che è anche il fondatore della Viz Distributor, industria dal giro di affari di 3 miliardi di dollari nata nel 1985, traducendo in inglese e distribuendo sul mercato i primi fumetti e film d’animazione made in Japan, stimoli visivi che hanno plasmato i gusti ed il senso estetico di un intera generazione.
“C’è qualcosa di unico nel J-Pop che non si trova in nessun altro luogo” - continua Horibuchi - “e la cosa va oltre l’aspetto superficiale”.
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Intervista: Koji Morimoto

e97be775f3a94650a845fd12b2542577.jpeg Autunno 2009

Abbiamo incontrato il regista Koji Morimoto uno dei più importanti e soprattutto innovativi registi ed autori di Anime contemporaneo del Giappone 日本.
Il regista è a Torino per alcuni giorni ed ha inaugurato la mostra evento Manga Impact che si è aperta ieri e che andrà avanti fino al 10 gennaio 2010.
Morimoto ha 50 anni, è molto minuto e ha i capelli brizzolati e lunghi, raccolti in un pony-tail.
E’ di Wakayama e si è laureato alla scuola di Design di Osaka, da alcuni anni vive e lavora stabilmente a Tokyo nel suo Studio 4 C di Kichijioji, vicinissimo allo Studio Ghibli del grande regista Hayao Miyazaki e alla maggior parte degli Studios di animazione della città.
- Morimoto san ci racconta che cosa è lo Studio 4 C e che ruolo ha per la “nuova animazione” giapponese ?

Lo studio 4 C è un progetto di animazione che ha al suo interno molti giovani.
Quello che ci differenzia principalmente dagli altri è che generalmente prima di noi i registi e i loro Studios decidevano di fare un
あにめ Anime, tratto da un まんが Manga di successo o da un romanzo molto conosciuto.
Noi invece non vogliamo partire da qualcosa di già fatto, noi vogliamo esprimere le nostre idee e dunque i nostri soggetti sono sempre opere prime.
Noi siamo un “luogo” diverso.
-Come è cambiata l’Anime di oggi rispetto a quella di 20 anni fa?

La cosa più importante da rilevare è che oggi sono diventati registi, disegnatori ed autori di Anime, le persone cresciute negli anni ‘80 ed è per questo che si desidera creare qualcosa di diverso.
E’ vero che ancora oggi sono molto popolari in TV delle serie di animazione molto vecchie.
Cartoni come Sazae-san ad esempio sono ancora in onda, tuttavia si guarda a queste serie come a qualcosa del passato.
Quei personaggi sono assolutamente incongruenti con la realtà di oggi, non esistono più famiglie come quella descritta in quell’Anime.

Che tipo di pubblico segue i suoi lavori?

E’ un pubblico leggermente diverso dai classici spettatori di Anime, si tratta comunque di persone che amano l’architettura, il design, la moda.
Non sto parlando di fashion victim, solo di persone con un certo tipo di interessi.
- Dove si vedono i lavori dello Studio 4C?

Principalmente al Cinema
- Ma lei e i suoi collaboratori vi sentite parte e rappresentanti della sub cultura おたく,Otaku?

Anni fa chiunque facesse animazione era immediatamente definito, negativamente, Otaku.
Anche io ero e sono un Otaku e mi ricordo che mia mamma quando passavo i pomeriggi a disegnare mi rimproverava e mi diceva :
” Studia, non perdere tempo!” C’era un senso di vergogna.
Fino a poco tempo fa non dicevo con orgoglio che ero un regista di animazione.
Ora però questa definizione ha cambiato accezione anche grazie al fatto che all’estero hanno incominciato ad usarla per definire anche qualcosa di positivo, frutto anche della creatività giapponese.
Noi giapponesi pensiamo sempre che la nostra cultura sia solo condivisibile fra noi ma ora che la nostra animazione ha un così grande impatto ovunque io non mi vergogno più, sono felice di fare il mio lavoro e di essere uno degli Otaku.

- Le piace la cucina italiana?

Si, devo dire che io mangio pochissimo e qui il cibo è ottimo ma le porzioni sono piuttosto abbondanti.
Forse per me è ideale la quantità di cibo che mangio nei ristoranti italiani a Tokyo, che sono ottimi!
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