Martedì, Febbraio 14, 2017

La cicala dell’ottavo giorno -Yōkame no semi-

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Ieri con i partecipandi ai due gruppi di lettura -Il muschio e la sabbia- ogni secondo lunedì del mese al Mao, abbiamo parlato e ci siamo confrontati sul romanzo di Mitsuyo Kakuta - La cicala dell’ottavo giorno -.
Un po’ di biografia: la scrittrice compirà a giorni cinquant’anni, precisamente l’8 marzo, è nata a Yokohama città collegata a Tokyo e praticamente unita alla capitale, con un importante porto, un lungo mare con musei e parchi giochi, sede anche di una storica comunità cinese.
Si trasferisce a Tokyo per frequentare l’Università di Waseda, dove studia Letteratura e comincia a scrivere romanzi per adolescenti per bambini sotto lo pseudonimo di Anzu Saikawa e già nel 1988 vince il premio -Cobalt- per la letteratura giovanile.
Nel 1990 debutta con il suo nome, firmando il suo primo romanzo -Kōfuku na yūgi- e vincendo il premio Kaien, riservato ai nuovi scrittori.
Da allora ad oggi non si è più fermata ed ha scritto almeno sette romanzi ricevendo altrettanti premi letterari nipponici.
É dunque autrice di libri per bambini, romanzi, saggi, articoli, drama televisivi e radiofonici, dai suoi romanzi sono stati tratti film e lei stessa ha recitato in alcuni ruoli di questi film. Insomma una vera forza letteraria ed energetica.

Venendo al romanzo che abbiamo letto per questo incontro, sappiamo che -Yōkame no semi- l’ha scritto nel 2007, vincendo il premio Chuokoron. Di questa storia inventata, secondo quanto affermato dall’autrice, è stato realizzato un film ed anche una serie televisa a sei episodi della NHK che si può vedere online con sottotitoli in inlgese, se voleste.
Ho letto che Kakuta focalizza le sue opere sulla narrazione dei sentimenti umani, siano questi l’amore tra uomo e donna o i legami familiari, e lo fa utilizzando uno stile e un approccio inusuali che le permettono di mostrarli da un angolo inconsueto.

Effettivamente nella -Cicala dell’ottavo giorno- tradotto in italiano dal prof. Gianluca Coci e pubblicato nel 2014 da Neri Pozza, arriva a formulare considerazioni per nulla banali sui sentimenti, sui grandi quesiti dell’esistenza quali la vita e la morte, delineati con un tocco solo in apparenza delicato e leggero ma in realtà profondo e meditato.

Trovo che un po’ come nei romanzi di Kirino Natsuo, anche Kakuta Mitsuyo fonda più generi in uno: c’è un po’ del ritmo e dei contenuti tipici dei gialli, in quanto la protagonista Kiwako, compie un crimine e scappa, mentre le vittime del crimine insieme alla polizia, cercano di trovare il colpevole del misfatto.
Tuttavia non si può definire questo libro un giallo, è più un romanzo che racconta la vita di una donna e di una bambina di pochi mesi, del significato e dell’esperienza della maternità, del dramma dei genitori biologici, un romanzo che fa viaggiare per il Giappone, da Tokyo all’isola di Shōdoshima, con treni veloci e traghetti, autobus e a piedi.
Un romanzo che parla di legami forti, ovvero di quelli genitoriali, di tendenze sociali, di amori sconvolti e traditi, dell’incomunicabilità fra i sessi, delle diverse aspettative di uomini e donne, della psicologia delle relazioni.

Tutto questo secondo me, non appartiene solo a tratti e caratteristiche tipiche del Giappone contemporaneo, ma si può trasportare in qualche modo a comportamenti devianti della nostra società occidentale post- verità. Dove spesso per difendersi dal dolore si compiono crimini efferati, un’epoca in cui la consapevolezza individuale, in parte così evoluta, non impedisce di scivolare in comportamenti borderline. Una storia capace di delineare pesantemente pur con leggerezza, la figura dell’uomo/amante/padre descrivendo i due personnagi maschili - appunto il padre/amante e il professore di cui Kaoru s’ innamora- nella loro assenza, uomini senza capacità emotiva e decisonale, uomini di vacua incisività .

Passando più in dettaglio alla scrittura e alla storia raccontata da Kakuta, ci sono tantissimi spunti di cui parlare

-Le città e i luoghi vissuti da Kiwako e Kaoru: Tokyo, Nagoya, Osaka, la collina dove si trova la Casa degli Angeli, Shōdoshima e di nuovo Tokyo, poi Okayama…

-Cibo: il ruolo essenziale del riso e della salsa di soia, l’acqua e poi i ristoranti per famiglie o quelli di soba e pasta, gli onigiri, le omelette con il riso e il ketchup…il cibo biologico alla Casa delgi Angeli, le izakaya e le birre, i -somen- del negozio in cui lavora Kiwako a Shōdoshima dalla mamma della sua amica, gli -udon-i -napolitan spaghetti- il -riso al curry- e così via

-Descrizioni di vita quotidiana, interno delle case, appartamenti

-Matsuri, templi

-Relazioni familiari

E che dire del titolo? Lo trovo molto intrigante, una la metafora che lega la storia raccontata alla leggenda che circola in Giappone.
Ovvero si crede che le cicale dopo aver vissuto sotto terra per molti anni- dai 3 anni fino ai diciassette in nordamerica- una volta uscite dal terreno e liberate dalla crisalide che le avvolge, finalmente cantano, si accoppiano e vivono però solo sette giorni.
Dunque una cicala dell’ottavo giorno è diversa, rara, e soprattutto sola e triste perchè l’unica ad essere sopravvissuta alle altre e poi se ne legge anche di un possibile ribaltamento di significante, perchè vivere anche solo un giorno in più offre la possibilità di scoprire nuove verità. E Kaoru infine, capisce e accetta la sua vita.

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